PICTURA

di Salvatore Pupillo

curatore Francesco Gallo Mazzeo
Alessandro Vitiello Home Gallery – Roma | Ottobre 2021

PRE-FACTIO

Francesco Gallo Mazzeo

La pittura morbida di Salvatore Pupillo, si muove
in una assenza di piani stabiliti, libera e con una sua grammatica interiore, per cui appare come una grande tabula cromatica che fa della trasparenza la sua forma per eccellenza, seguendo il ritmo stesso con cui il colore, si va spandendo sulla superficie, trasformandola in un grande vetro che lascia apparire attraverso, ma nello stesso tempo è una essenza artistica, di volume e di area. Il colore è il protagonista, opera dopo opera, di una grande tabula polittica, dove di tanto in tanto appaiono delle tracce, delle macchie, a volte sfumate anch’esse, a volte trancianti e quasi materiche, con esiti formali che danno alla sua astrazione, una bella classe, un piacere visivo, che lo mette fra i protagonisti assoluti della grande originalità. La sua vera discendenza pittorica è quella liberazione della pittura da ogni descrizione, da ogni formulazione narrativa, portandosi sulla scena dell’immaginario puro, che non è un punto di partenza, per la sua storia di artista, ma la discrezione di un itinerario biografico e mentale che l’accompagna in ogni ora della sua giornata e gli permette di tradurne i suoi sogni, i suoi amori, i suoi tormenti, in estasi visive, di inafferrabile fascinosità. Seguendolo nel suo invisibile labirinto, si possono cogliere delle persistenze cromatiche, che fanno da paragrafi, da capitoli, del suo romanzare suggestivo, dove è il colore, schiacciato, dilatato, a suggerire pensieri di gioia, trasformando ogni luogo, in cui si accompagnano, in saloni in cui è possibile risalire alla “celestialità” di Tiepolo, di Constable, di Turner, di Friedrich, ma anche alla lezione di Achille Pace, di Piero Dorazio, di Claudio Verna e persino di Romano Notari, per dire che il suo pantheon non appare dal nulla, ma è la meditata distillazione di un fantastico reale, che è come l’aria diffusa intorno a noi, ma che solo alcuni, con a acume speciale, riescono a cogliere a manipolare alchemicamente e rendere nell’ottica dello sguardo, del saper vedere. I grandi maestri dell’astrazione, della linea analitica, quella che Filiberto Menna con la sua scientificità poetica è riuscito a cogliere in termini storico-critici e che oggi appare, non già un languido tramonto, ma una radiosa alba, le cui moltiplicazioni pittoriche, poetiche sono tutte in avvenire.

Un avvenire che ha già una

grande storia e per questo ci rassicura sulla sua

intrinseca qualità, che un Baumgarten avrebbe

sicuramente saputo cogliere, all’alba della filosofia

dello spirito, cioè della captazione profonda

che l’animo di un artista riesce a fare, trasformando

il buio, senza luce, in ludico avvicendarsi delle

sfumature d’azzurro, di giallo, di rosso, di tante

combinazioni, che trovano nel bianco, un punto

di riflessione, come nella grande  lezione di Kline,

di Rothko, di Newman, di Motherell, che gli

sono familiari, non già per seguirne le orme,

bensì per utilizzarli, come tradizioni del nuovo,

dove tradizione sta per orizzontalità e verticalità

e nuovo sta per inseguimento di quell’invisibile,

che per essere colto deve essere ammaliato, con

lunghe attese e sospensioni del gesto.
È il suo caso che lo vede per giorni e giorni, 

contemplatore delle sue tele e delle sue carte, 

come se nulla potesse più accadere e poi di colpo, 

lo scatenarsi di colpi di mano, uno dopo l’altro,
infiniti fino ad un improvviso stop.
Un modo di lavorare, di assoluta irregolarità,
per chi pensa ad una meccanica gestuale, senza altro,
che ad una sua tecnica.
Pupillo fa della tecnica, una protesi della sua poetica,
come mente e braccio

e mano che non si disuniscono mai, ma si

stringono sempre più. La mia lunga osservazione 

della sua psicologia, dei suoi innumerevoli amori,

per la musica, per la poesia, per lo sport, per il

suo errare per Roma e per il suo segregarsi, in

mezzo al suo armamentario, mi permettono di

cogliere la sua inseità,che è costruzione di

una vita, in cui la pittura, il disegno, l’arte, la

sua e la curiosa osservazione di quella degli altri,

sostituiscono ogni quotidianità, con il suo forte

monologo interiore. E’ appunto questo monologo

che appare in questa Pictura, che è tematica di una

attualità del qui ed ora, ma anche cronologica di

un mutevole modo dell’io, che è sempre se stesso,

anche se ogni momento lo vive come un nuovo

momento, che è quello in cui l’opera nasce e si afferma.

Immagini in espansione: intervista a Salvatore Pupillo

by Alessandro Vitiello

Salvatore Pupillo è nato sull’Aventino nel 1956, sebbene la famiglia abitasse a Trastevere nella casa di via Mameli dove egli vive tutt’ora.

AV: Salvatore, ti senti un trasteverino doc?

SP: Senza dubbio. Ma ho conservato l’anima siciliana dei miei genitori, arrivati a Roma nel ’40, durante la guerra. Mio padre era impiegato in un negozio di orologi antichi. Pur non essendo un tecnico si dilettava a montare e smontare ingranaggi svizzeri, francesi o tedeschi. La sua vera passione, tuttavia, era la “trattativa” con i clienti. È proprio nel tira e molla sul prezzo che la sua passione per gli orologi, alcuni dei quali ancora conservo, si trasformava in genio. Mamma, invece, era casalinga, anche lei di Ferla, piccolo paese in provincia di Siracusa dove andavamo in vacanza tutte le estati.

AV: Sei nato nella Roma dei magnifici anni ’50 e cresciuto nella stagione più buia della nostra storia recente, appesantita dal piombo. Quanto le condizioni ambientali hanno contato nella tua formazione di individuo e di artista?

SP: Non molto. I miei amici sono stati e sono anche adesso i compagni delle scuole cristiane di viale Trastevere prima e poi del liceo scientifico J. F. Kennedy, dove ci iscrivemmo in massa. Siamo sempre stati molto legati e fino a qualche anno fa ci incontravamo nello spazio di un’associazione di ex alunni. Negli anni ’50, quindi, ero troppo giovane e così ancora nei primi anni che seguirono il maggio del ’68. Posso dire, comunque, di non essere mai stato attratto dalla politica, né di essere stato condizionato in particolar modo dagli eventi di quella complessa stagione, sebbene sarebbe impossibile dire di non aver respirato l’atmosfera – spesso molto pesante – che abbiamo vissuto fino alla metà degli anni ’80.

A parte i vecchi amici, insomma, sono sempre stato un solitario e non ho studiato all’Accademia, ragioni per cui ho frequentato poco gli artisti miei coetanei, come per esempio quelli che a via di Ripetta erano stati allievi dell’indimenticato Toti Scialoja o quelli della “scuola di piazza del Popolo”.

 

AV: Quando hai deciso o hai preso consapevolezza di essere un artista?

SP: Direi che non c’è stato un momento preciso, ma è stata una presa di coscienza in più fasi.

Quello che so è che a 11-12 anni ho iniziato a usare lapis e sanguigna, riproducendo le opere di Leonardo o di Cezanne. Tutt’ora mi piace molto disegnare e posso dire che lo schizzo è alla base del mio lavoro.

AV: Di cosa parli esattamente?

SP: Parlo della genesi del mio lavoro: quando ho l’ispirazione butto giù un certo numero di schizzi, anche 40 o 50, nei quali può rinvenirsi un elemento base comune, una sorta di struttura primaria. Poi ne scelgo uno, quello dal quale parto per realizzare il dipinto, e l’opera che si va formando e viene fuori alla fine non è detto che somigli in alcun modo al disegno dal quale sono partito o a uno degli altri cinquanta. I quali, dunque, altro non sono che l’elaborazione di forme che poi in sintesi vanno a svilupparsi sulla tela. Quel o quei disegni – ancora – possono essere stati sì l’ispirazione della mia nuova opera, ma non ne costituiscono la sostanza o l’essenza, tanto che in essa può anche non rimanerne alcuna traccia visibile o riconoscibile.

 

AV: Da cosa trai l’ispirazione?

SP: Io vado camminando, esploro, osservo continuamente e con attenzione il mondo: è lo stare fuori casa la mia principale fonte d’ispirazione, come del resto lo era per Rimbaud, per Nietzsche, per Rousseau, tutti grandi autori che odiavano stare chiusi negli interni e amavano girovagare col taccuino in mano. La prima fase del mio lavoro è l’osservazione della realtà, la seconda, quella esecutiva, è tutta nel mio studio.

 

AV: chi sono stati i tuoi maestri?

SP: Amo più autori, non uno solo. Amo quelli nelle cui opere si può riconoscere quella soavità, quella leggerezza che è tipicamente dell’aria o dell’acqua o ancora di un corpo osservato in assenza di gravità. Uno degli artisti del recente passato cui mi sento più vicino è Osvaldo Licini, con le sue Amalasunte “in sospensione”. Poi Vasco Bendini, e ultimamente l’americana Helen Frankenthaler, la cui mostra fatta a Roma qualche anno fa alla galleria Gagosian mi ha molto colpito.

 

AV: Ti sei definito solitario e autodidatta, infatti non hai frequentato l’Accademia di Belle arti e nemmeno hai fatto o fai parte di gruppi, scuole, circoli o salotti. Tuttavia hai appena nominato Vasco Bendini, uno dei primi talentuosi artisti che gravitavano intorno ai Sargentini, padre e figlio, sin dagli anni ’50…

SP: Tutti gli artisti che hanno gravitato intorno alla stella di Fabio Sargentini, prima all’Attico di piazza di Spagna, poi nel garage di via Beccaria e poi ancora a San Lorenzo, erano accomunati dall’essere parte dell’ambiente romano, caratteristica che può funzionare da filtro permettendo di individuare delle immagini comuni a tutti loro. Voglio dire che erano fondamentalmente dei figurativi. Gli astrattisti presenti nel gruppo, infatti, erano un’eredità di Sargentini padre, erano gli informali degli anni ’50.  Io comunque, che nel rapporto con galleristi e curatori sono sempre andato alla ricerca di empatia, con Fabio Sargentini andavo d’accordo nonostante lui avesse questa visione figurativa declinata alla romana, posta un po’ al confine con l’astratto. Nel 1999, infatti, l’eclettico gallerista scrisse un testo di presentazione a una mia esposizione personale. Posso dire, infine, che come curatori ho avuto soprattutto studiosi di spessore, ma poco militanti.

 

AV: Hai accennato al forte dualismo astratto/figurativo che in Italia negli anni ’60 assume i connotati di vera contrapposizione. Esiste ancora secondo te?

SP: Se questa contrapposizione è esistita ed esiste ancora io non l’ho vissuta, sia perché come dicevo sono sempre stato un solitario, sia perché io credo che l’arte, che sia astratta o figurativa, o “ti trafigge come le frecce con San Sebastiano  oppure è piatta (citazione dal sociologo Umberto Galimberti).

 

AV: Come definiresti la tua tecnica e il tuo stile?

SP: Io direi astratto con un minimo di minimal, consentimi il gioco di parole. La luce è la radice comune a tutti i miei quadri, che definirei come immagini sospese in espansione.

 

AV: In effetti alcuni tuoi quadri a me fanno pensare al Big Bang e alle teorie fisiche dell’espansione dell’universo. Cosa ne pensi?

SP: Non ho mai pensato alle teorie scientifiche sulla nascita dell’universo, tuttavia l’immagine di una forza in espansione c’è in diverse mie opere. Ma è appena accennata, visibile soprattutto in questa sorta di continuum materico che riempie completamente le mie tele senza lasciare alcuno spazio a “vuoti di energia”. E poi sì, c’è anche l’esplosione, ma presente anche qui come evento minimo, poco visibile e quindi mai tema centrale, piuttosto un indizio che somiglia – per dirlo alla Foucault – a “quel filo di fumo che fa pensare alla pipa di Magritte”.

 

AV: Parliamo ora dei materiali, dei supporti che hai utilizzato nel tempo: sono sempre gli stessi o hai cambiato? E secondo te l’arte è ricerca continua anche in questo senso?

SP: Ho sperimentato e sperimento soprattutto sul colore, che stendo su diverse superfici come fossero degli schermi, perché mi interessa vedere qual è la resa a seconda del materiale che fa da supporto. È questo il dualismo che mi interessa: scoprire quale forma assuma uno stesso elemento disegnato su due differenti superfici, una classica legata alla tradizione artistica, l’altra frutto dell’innovazione tecnologica. Un secondo aspetto che mi interessa indagare, inoltre, è l’incontro tra una superficie/supporto prodotto industrialmente e la pittura che rimane essenzialmente frutto della tecnica tradizionale dell’artista.

 

AV: Ora una domanda molto seriosa. Secondo te esiste una precisa funzione sociale e storica dell’artista? E poi, esiste una superiorità ontologica o etica dell’artista impegnato rispetto a quello che non lo è? Due esempi noti a tutti, uno del passato e uno più recente: con la Guernica Pablo Picasso volle espressamente richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale sul terribile bombardamento nazi-franchista del piccolo borgo della Biscaglia nel 1937, così come in Balkan Baroque, presentata alla Biennale di Venezia del 1997, Marina Abramovic seduta su una montagna di carne e ossa bovine sanguinolente volle sensibilizzarci sulle stragi dei conflitti nella ex Jugoslavia.

SP: Non credo che l’artista abbia o debba avere un ruolo sociale particolarmente impegnato, ma più semplicemente io penso che quello dell’artista sia un lavoro come qualunque altro, senza nessuna pretesa didattica o grandi responsabilità etiche specifiche. Anche perché non sempre quello che fa un individuo rispecchia ciò che è realmente. Inoltre, a chi spetta giudicare qual è l’artista impegnato e quale non? Poi è chiaro che uno specifico accadimento o momento storico può essere terreno fertile per la produzione di opere particolari, quasi delle cronache per immagini, che colpiscano la sensibilità delle persone in un senso o in un altro.

 

AV: Questo forse rientra sempre in quel dualismo declinato nel senso che si può considerare più opera d’arte quella concettuale che esprime un pensiero forte o quella dove preponderante è la tecnica con cui l’artista la produce?

SP: Per me vale sempre lo stesso discorso, che l’opera deve colpire, anche su temi e soggetti del tutto ordinari, ma che l’artista interpreta a suo modo.

 

AV: La pandemia ha inciso sul tuo lavoro?

SP: La pandemia ha inciso positivamente sul mio lavoro in quanto mi ha dato la possibilità di concentrarmi particolarmente nella fase realizzativa. Nel mio studio, sempre a Trastevere, il lock down mi ha permesso di eliminare inutili perdite di tempo; insomma, ho tirato fuori degli aspetti positivi da una vicenda molto brutta.

 

AV: Alleggeriamo questa conversazione nel finale. Qual è la cosa che fai meglio nella vita? E cosa avresti fatto se non fossi stato un artista? Hai particolari scaramanzie o rituali che compi – che so – prima di una vernice?

SP: La cosa che so fare meglio di ogni altra è camminare, perché come ho detto all’inizio io camminando osservo e prendo spunti. Traggo l’ispirazione. E non so cosa avrei fatto se non mi fossi dedicato alla pittura, forse mi sarebbe piaciuto essere un musicista o forse mi sarei occupato di cultura attraverso altre forme di comunicazione.

Infine, nel lavoro non ho alcuna scaramanzia, mentre ne ho alcune in altri ambiti della vita quotidiana.

 

AV: Infine, facciamo il gioco della torre a risposta secca. Chi salvi e chi invece butti giù dalla torre tra:

 Leonardo e Michelangelo? Butto giù Michelangelo

 Manet o Degas? tengo Manet

 Picasso o Matisse? butto giù Picasso

 Bacon o Freud? butto Freud

 Pollock o De Koonig? tengo sicuramente Pollok

Pictura

Francesco Gallo Mazzeo

“Deserti i fiori e secche le viole; 

al veder nostro  il giorno non ha sole, 

la notte non ha stelle, senza di essa…”

Matteo Maria Baiardo

Pictura sorgiva dialoga con sole e luna

che specularmente confrontano di mondo

visibile, cose e non cose, foglie dorate e

verdi cromati, azzurri di nuvole e lampi di

rosso, di giallo, di un ché, di taglio che spezza,

dirige lo sguardo, polare, septem triones.

Fantàsia trasporta il suo occhio, lungo e

largo, nell’universa natura, alta e bassa, 

angolare e cerchia, nella vasta vista, orizzonte,

di venti che sembrano colline e spirano, con

allori di marine erbe, spumanti ad azzurri,

gabbiani (?) forse tritoni (?) di veli di bianco (…).

Virtute di sogni, tripudi di veglie, di luce

striata, che mormora insegne, pubblica prose,

insegue poesie, di rotto fragore, d’un segno

colore, che fosse deluso, sedotto, a racconto

vocato, di pause e pieni concerti, d’assurdi

poemi che chiamano, gridano, cantano e tacciono (…).

Un codice corpo, di fumo, di rito, saputo

da sempre eppur nuovo epifane, contratto di

concavi chiami, di svolte e finestre, di numeri,

primi, una volta ed ora secondi , terzi, quarti,

di pagine rubre, che incatenano gli occhi, la mente,

mentre un profumo di mirra, d’incenso, oro tramuta.

Soffice ventaglio, d’armonica mente, che

fa mantice, in summa et differentia, tra

leggerezza, d’essere, apparire, in immobile moto,

con materia d’impasto e fine trituro, semplice,

ora, composto or’altra, velata, frondosa, insinua…

Onda si fa, marea, d’un più, d’un meno, di una

bilancia, una saggia d’auro finissimo, come da 

trasparenti celestri, ceselli, martelli; abili innesti, lesti 

sottratti, che fanno pensare sprofondi, eventi

di psiche, d’amore, del tempo di gioia, di canti baccanti.

Piacere, maculare e poi maculare, cerchiare, marcare,

piacere del tatto, d’olfatto, d’udito, di sapito e

poi messo nel cuore, a pulsare, a fondare, a fondere

a fare sollievo, d’un grave nascosto, effusioni di

nuovo, là dove, nell’aria, c’è idioma d’antica.

Inventa, reinventa, natura parte, natura torna,

apparisce, sparisce, fa estate d’estate, inverno

d’inverno; orsù Demetra, orsù Kore, d’invidia

facendo contesa, d’uva dipinta e uccelli di cielo,

mimesi scenica, luogo sine logo, nemesi eterna.

Zeusi antico… , Parrasio coevo…, nessuno risponde,

solo, ombre, baleni, intrecci, che sembrano o sono…

non sembrano… non sono, come Ligheia e Tomasi e

Lampedusa, che senza parole, dondola barca, bagna

la rema e subito occaso… sogno, che sogna, d’un sogno.

Inventore, divenuto, contemplatore, visibile, invisibile,

come un canto di Klee, una mossa di Rotko, un 

bel frizzo di Kline, per cocktail fare, vedere, lucida,

che pare, traspare, suda, fa ghiaccio, respira e tira

un sorso, di nuvole a baglio e stelle lontane, brilli.

Desta colore, marino, celesti, terragno, concorre

a lineare, un, due, tre, Euclide, Eudosso, Eliodoro,

d’estetica, estasi, cosmesi, figlia di sfida, di canto

d’Apollo, d’inganno ciclope, mentre sfilano, tutti,

giallo, rosso, blu, indaco, arancio, verde, assente violetto.

Cronos che passa e fa, fa differenza, ieri, oggi e poi

domani, politono canto, di gallo, d’alba raggiante,

monotono chiù, da fischio profondo. Passa, passa e

spinge la mano, perla, d’intuita stirpe, matica e

mantica, acquatta a raccogliere data, fare promesse.

Raccolta di umori, seduzioni, ripetizioni, scatti e 

occhio alla macchia, guizzo, che fa differenza e

segna, bersaglio, con piccolo che si fa grande

Davide versus Golia, il tutto il tanto e poi, opera,

questa, diversa dall’altra, come passo, dopo passo.

Sapor di logos monos, rivolto ad antro per chiedere luce

due laghi in uno, trasversali per dati e tratti,

con panottico arché, che vede lo stesso e scruta,

segreti, cantoni, per liberare, pulire, ardire, come

chi sale la lunga, l’impervia, la ripida … e giunge.

Si desta il narciso, nudo, essenza di flore,

con passo e tondo derviscio, inpilato in sé,

mentre ogni pieno si svuota, diventa palco e 

scena del sè ed esala un senso di enigma, d’ignoto,

come se fosse, come se fosse… e la parola, rimane, sospesa.

Dipinge(re), come frantuma(re), come inventa(re),

senza lasciare, prendere, comprendere, arrestare e

tutto si tornia, si svia, si rende, nunc fisica e

materia corposa, nunc  meta… ed aerea energheia,

mettendo insieme, muovendo un ignoto, reso verace.

Quindi. Pictura. Specchio  e mille sfumate tonie,

che rendono vero ogni riflesso, che è doppio ma

sembra uno, mente l’uno è preda di cronos e

sfila colori che chiamano parole, come innesto di selva,

come amor che toglia a mors, per dare responsi.

Ludiche giostre, si combattono ore sfumate,

d’orienti e occidenti e poi, posano gli occhi sopra

inganni e sospire, di comiche, di tragiche,

ma sempre in poetiche, sfide e convegni, saldi

di eterni contese, di saltellanti giochi, miti di luce.

In cursus, è fatto, misfatto, rifatto, si compie

un denso viatico, si determina di lessico, che sé dilata,

prende possesso, occupa vista, dal sé di un dedalo e

tanto cercato, perduto, cercato, come uno schermo che,

mente proietta e organizza, nasconde, vivi e fantasmi.

Manifesta indicibile, d’eccelsa o difetta, per

super, per ultra, d’una simiglianza, mai identica,

inseguita da indefinibili desideria, fatti di

aria, di foglie volanti, di altre, posate, marcite e

ancora, nate d’appena, curiose di piacere, piacere di piacere.

Diventano testi d’arcano, che sfuggono a chi

li pronuncia, li effigia, a chi li ascolta, li vede,

perché non sono quel che sembrano  e traggono

inganni, fascini fatali e molti  li segnano e fanno

corolle, mentre si compie, un ciclo, e poi un altro.

Borea destreggia, cammini tratturi, appie 

salarie e intrighi d’Artemide, mentre Austra si

nasconde e fa vista preziosa, per aura gente

e si moda in anulo di filo e di piombo, mentre il

padre di cielo, gestisce saette, nuvole e cavalli, sognati.

Sfuggire all’oblio, trasferendo su tabule,

carte e tele fedeli, schizzoidi soffi d’eolo parto,

d’un bianco, violato in candido nulla, che appare

prende corpo saturnino o gioviale, soffice, filtro

di pensieri  mai pensati, eppure cocenti come raggi agostani.

Uno nel tutto e tutto nell’uno, in una armonica

che si stringe, s’allarga, in una continua di recta

e versa, ambularia, come alfabeta che tutto

compone, sulla dirittura d’un cosmo, che fa corso

e ricorso, dove permane, diviene, in nomine et figura.

Mercurio, detto l’ermetico, schiera una delfica

pizia, a fondere e confondere, per apparare feste,

feste, feste, come se tutto devesse essere eterno e

noi con esse ed esse con noi, ma poi passa tempo,

con grande mantello, ruvido e polveroso e tutto cancella.

Classica romanticità aut romanticità classica, in

ampliarsi di sale lucenti e implodere di ansie e

perdenti, a contendersi fiori, a contendersi frutti e

distilla perenne, un freddo da un caldo, goccia dopo

goccia, mentre entropia, raccoglie uno spirito, alto, di mondo.

 

Tiepolo potrebbe risvegliarsi, dichiarar pro genitura

e con lui tanti veneti e i cieli di Turner, ancora

Constable, ma una anche Friedrich e tutti quelli che

nel passato remoto, prossimo, imperfetto, presente, si

compromettono, con il corpo non corpo, aereo ed etereo.

Salza d’ingegno, per incorrere qualità, scioltezza,

passo danzante, persino di corsa, ma con ritmo

tamburo, che non perde colpo, itera e reitera e

giammai replica, sempre d’intento, altro e

altrui, per mai imitare, ricchezza e visiva memoria.

C’è spazio che occupa spazio, ingombra, ostruisce e

nasconde, inganna, arcano architetto che

chiede ragione, coniuga, numera, compassa, riga;

ma c’è anche, della stessa genia, uno spazio che non

occupa neanche se stesso, perché grida energia e va!

Fra l’ultra del viola e l’infra del rosso, si fa

scala grammatica di archi e di volte, là dove

annicchiano stelle, lucenti, filanti, comete, oppure

orti di casa, che fanno angolo o dritto, ma

sono note e respiri. Kybalion, legga chi può:


“Tutto è mente. L’universo è mentale”.

“Come sopra, così sotto, come sotto, così sopra”.

“Nulla è inquiete. Tutto si muove. Tutto vibra”.

“Tutto è duplice … simile e dissimile, sono stessa cosa”.

“Tutto scorre … il ritmo tutto compensa”.

“Il caso non è che un nome dato a una legge sconosciuta“.

“… ogni cosa ha il suo contrario …”.