LITORITMO

Il Novecento è stato un secolo che ha visto proliferare ideologie, aspettative, dinamiche sociali, orientamenti religiosi, e ha assistito anche a immense tragedie e conflitti. Tutto ciò ha determinato insicurezza individuale, caduta delle aspettative e mancanza del senso stesso del futuro, che appare oggi come un’incerta e nebulosa proiezione. Per fare una ricognizione sul significato dell’arte contemporanea è necessario dare un senso di continuità tra passato e presente attraverso la volontà di riflettere su come l’arte nel tempo sia cambiata seguendo sempre la vita che ci circonda.
Una consapevole selezione di significative opere di Felice Nittolo, qui presentate, tiene conto dell’elaborazione stilistica di artisti che si sono distinti da altri per la loro ricerca all’avanguardia. La mostra al Pan intitolata “Litoritmo”, si pone l’obiettivo, in tal senso, di indagare attraverso l’arte la capacità di far convivere il passato – dandoci una completa autonomia – e il presente per riuscire poi a guardare il futuro. Con questa personale, l’artista indaga con forza intellettuale e capacità dialettiche il difficile rapporto che esiste tra arte contemporanea e il sistema che lo regola con le sue logiche di mercato. Affrontare l’opera di Nittolo – nato a Capriglia Irpina, classe 1950, ma vive e lavora a Ravenna – è un percorso che non si può intraprendere se non con un buon bagaglio di conoscenze, almeno visive, dell’arte del Novecento, che non si può capire senza l’esperienza dei mosaici dorati delle nostre cupole, senza il lontano ricordo delle profilature degli angeli siriaci.

Il lavoro di Nittolo, artista di livello internazionale, risente di suggestioni che spaziano da Burri a Fontana, da Pomodoro a Calder, versate su ricordi di restauri ‘malfatti’ che hanno imprigionato, nella superficie asperrima della mestica, la memoria dell’oro puro bizantino, rimanda alla trascendenza. Ogni sua tappa, ogni sperimentazione sempre priva di preconcetti, risulta legata a un luogo fisico e alla sua anima.

La proposta va nella direzione delle tanto amate contaminazioni che caratterizzano questo passaggio di secolo, questo travaso di consapevolezza estetica i cui sfilacciati lembi finiscono nel nostro quotidiano, nel nostro vestire, nel nostro atteggiarci con una leggerezza e un disimpegno che le generazioni passate sicuramente ci contesterebbero. La precarietà dei materiali, la vibrante sgranatura dell’immagine, conducono all’evocazione di forme e cose sempre meno identificabili e talora solo occhieggiate.

Nata da un’idea di Alessandro Vitiello, l’esposizione da me curata in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, ha il merito di presentare nella nostra città un artista importante che con la sua pittura e ricerca interpreta l’esistente con scomposizioni, frammentazioni, sperimentazioni e occhi carichi di memoria. Colore, materia e luce, in ogni singola opera sono sempre diverse e assumono in divenire consistenze e aspetti differenti. Acrilico, legno, tela, linoleum, foglia oro, malta terracotta, pasta vitrea, carta, inchiostro, alluminio, chiodi, madreperla, marmo si presentano in forme molteplici attraverso libertà e leggerezza.

 Questi sono solo alcuni dei materiali da lui usati, assemblati insieme, ma anche scissi, dominanti o dominati nella loro consistenza sui supporti.  Osservando i lavori esposti per l’occasione, si possono comprendere i differenti modi di costruzione e interpretazione dell’opera realizzata attraverso la necessità di nuove espressioni, che pur rimanendo in alcuni casi in contesti riconosciuti, pongono le basi per la comprensione di determinati obiettivi artistici ed espressivi all’avanguardia portando poi l’artista ad arricchire sempre più i propri mezzi raggiungendo risultati all’epoca indiscutibili.

Pennellate miocinetiche e incantatorie, fluide e segniche, informali, astratte, concettuali per scrutare il mondo da altre prospettive e ancora sculture che rappresentano in maniera soggettiva armonia, torsioni, equilibri, intersecazione di piani, leggerezza, cerchi e luce riflessa,
e alludono ai processi naturali e anche al loro trasformarsi nel tempo e nello spazio. La scelta delle opere è stata
fatta considerando il binomio tecnica materiali da un lato e dal rapporto formale tra mosaico e arte contemporanea dall’altro. Sicuramente non è una mostra esaustiva di
tutte le forme espressive utilizzate dall’artista come le contaminazioni con la parola e il suo personalissimo dripping, ma direi che possa considerarsi come un cammino di materiali e colori per ricostruire, almeno in parte la ricerca di Nittolo attraverso una “geografia di esperienze e suggestioni”.

I segni arcaici di Nittolo tentano di far riemergere il rimosso e portare in superficie un passato non risolto rimandandoci ai millenari codici miniati e a una sorta di prescrittura. Il rituale diventa mestolo del tempo e del mito che ci conduce dove già siamo per manifestare da un lato il malessere della nostra civiltà e contemporaneamente la nostra capacità di conservare pur nell’affollarsi dell’immagine tecnologica il contatto con le nostre radici primigenie.

Un lavoro dove i limiti fisici dell’immagine pittorica sono deposti e relegati all’angolo estremo della nostra percezione per far espandere il nostro sguardo a nuove dimensioni. L’analisi delle esperienze quotidiane è complicata dalle innumerevoli percezioni sensoriali a cui siamo sottoposti da parte di un sistema che sviluppa incessanti comunicazioni diversificate in forme e codici.
Ed è propria della tensione verso il lato oscuro delle cose l’origine della ricerca di aspetti primordiali, delle radici del mito che interessa all’artista, che con questa esposizione analizza il dilemma della verità e del falso per riuscire a esplorare i territori delle esperienze umane.

Daniela Ricci