FERRO 46

Reazioni emotive in ferro 26

I lavori di Damiano Quaranta sono il frutto di anni di sperimentazioni sulla materia: legno, gomma, metalli. L’ultimo, attuale, ciclo di opere parte dalla semplice e antica forza del ferro, ossidato, passato per il fuoco o ancora corroso dagli acidi. I tagli inferti all’elemento sono le sofferenze che angosciano la sua anima, le emozioni violente che squarciano la sua vita. Entrare nella sua officina mentre egli è al lavoro porta l’immaginazione nell’antro ove Vulcano forgia le armi di Achille. L’artista sembra vivere le sue creazioni in maniera totale. La pelle scura appare bruciata da quel fuoco che lo circonda da fuori, ma che dentro di lui ha origine. Il suo sguardo ora è gentile, ora è torvo, poi ancora indecifrabile, orientale, e suggerisce l’urgenza definitiva delle sue creazioni.

"Grafia cieca"

Damiano Quaranta – Metallo e smalti – 100x80 cm

“Nulla è più spirituale della materia.”

A questo concetto apparentemente paradossale vuole arrivare Damiano Quaranta in quest’opera. Non tanto e non solo perché il simbolo protagonista, la croce, domina l’attenzione, richiamando alla mente la simbologia cristiana, ma perché l’intera opera può definirsi come fotografia tridimensionale dello stato interiore vissuto dall’artista stesso.

Egli fa sue le tradizioni inaugurate nel XX secolo da artisti che hanno rivoluzionato le tecniche pittoriche, in primo luogo Burri dal quale apprende a superare i limiti sull’utilizzo dei materiali capaci di dar vita a un’opera d’arte. Infatti, gli apparenti limiti che il ferro pone Damiano li squarcia letteralmente creando un vuoto centrale che permette il passaggio a un sostrato, sempre metallico, ma più profondo, poroso e intimo. Con questa concezione supera persino il concetto centrale dell’opera di Fontana, che attraverso una violenza esercitata sulle superfici pittoriche delle sue opere, crea l’illusione di poter accedere all’infinito, ma solo in virtù della negazione esistenziale di ciò che per contro, gli permette di sviluppare l’opera stessa. Quaranta, invece, comunica un messaggio più consapevole, quasi pirandelliano, nel quale il superamento di un limite semplicemente ce ne fa scoprire di nuovi; acre e disincantato principio di realtà che l’artista assume senza compromessi.

In questo quadro la vocazione classica dell’arte trova la sua espressione attraverso tecniche molto coraggiose. Le stesse, intente a veicolare un messaggio con

la negazione di ciò che l’ha preceduto, ora, invece, pur con la stessa audacia formale e tecnica, sono adoperate dall’artista per condividere un significato intimo e profondo, ma senza negarlo e lo afferma altresì con la tenacia del ferro e il mistero degli smalti che vi imprimono epidermicamente i segni di una consapevolezza esistenziale travagliata e in costante evoluzione.

Ecco che con questo capovolgimento del paradigma novecentesco, trova facilmente spazio quella “grafia cieca”, una serie di parole sinistrorse di cui poco possiamo comprendere, come un balbettio dell’anima in un dialogo onirico con la materia stessa che lo ospita. Un dialogo interiore, quasi psicoanalitico, espresso invece con una calligrafia che ricorda gli appunti di Leonardo Da Vinci.

È lecito pensare che l’artista abbia volutamente celato il contenuto dei versi scritti, ma intuiamo che sia, a differenza degli appunti del genio rinascimentale, di un grido di dolore che timidamente si manifesta all’interno di quel che può sembrare una fotografia cosmica, dove sono rappresentate galassie stelle nascenti e nebulose. Il passaggio alla forma logica della parola, benché labile, ci proietta verso una nuova visione, una brutale verità, sofferente ma autentica; una sfida per il terzo millennio nell’impresa di annoverare l’irrequieto spirito umano all’interno del cosmo della sua conoscenza; all’interno, letteralmente, di ciò che identifica come bellezza.